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Comunicare trasmettere diffondere informare rendere comune - DEV - Il Nuovo Rinascimento
Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai

Buddismo per la pace, la cultura e l’educazione

25 gennaio 2026 Ore 02:57

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Comunicare trasmettere diffondere informare rendere comune

Da questa scelta di sinonimi del verbo comunicare emerge con chiarezza il ruolo della comunicazione nelle relazioni sociali. Realizzare una vera attività comunicativa non è affatto scontato, anche nella Soka Gakkai in cui essa è il perno delle attività a livello pratico

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Da questa scelta di sinonimi del verbo comunicare emerge con chiarezza il ruolo della comunicazione nelle relazioni sociali. Realizzare una vera attività comunicativa non è affatto scontato, anche nella Soka Gakkai in cui essa è il perno delle attività a livello pratico. Come tutte le cose che possono creare valore, anche il comunicare è soggetto a ostacoli e deviazioni, sia nel semplice passaggio di notizie che negli scambi profondi – personali, familiari, fra compagni di fede. Ne abbiamo parlato con alcuni responsabili italiani che da più tempo si confrontano con questo genere di problemi

I partecipanti alla tavola rotonda

Francesco Santangelo, dottorando in economia, vice resp. nazionale della Divisione studenti, pratica da 8 anni.
Clara Mancini, impiegata dell’Istituto Buddista, vice resp. nazionale della Divisione donne, pratica da 30 anni.
Roberto Francini, docente universitario di fisica, resp. di area della Divisione uomini, pratica da 20 anni.
Eva Tomei, fotografa, resp. di hombu della Divisione giovani donne, pratica da 9 anni.

Redazione: A volte passiamo o riceviamo le informazioni senza approfondire ciò che ci viene chiesto di comunicare e, spesso, in ritardo. Tutto questo va a discapito dei membri e dell’intera organizzazione (ad esempio comunicare un corso quando c’è già stato, oppure contare sugli staff di segreteria come se fossero agenzie di viaggio). Il secondo presidente Josei Toda considerava la comunicazione una priorità.

FRANCESCO SANTANGELO: Comunicare è difficile. Se qualcosa non funziona può anche essere normale. È importante soffermarci sugli aspetti che potrebbero funzionare meglio. D’altra parte, credo che sia altrettanto dannoso fare quadri ingiustificatamente catastrofici: a me sembra che generalmente le comunicazioni più importanti siano trasmesse bene. Se gli errori e le omissioni sono la regola – e non mi sembra proprio il caso della nostra organizzazione – è un problema. Invece, se l’errore accade nella minoranza dei casi, dobbiamo certamente puntare a migliorare, ma bisogna anche essere un po’ tolleranti. Confrontandoci con altre organizzazioni, mi sono reso conto che, nonostante qualche problema effettivamente ci sia, nel complesso possiamo considerarci efficienti.

CLARA MANCINI: A grandi linee va bene, ma possiamo sempre migliorare. Noto che spesso le persone chiamano direttamente i rispettivi Centri culturali per avere ogni genere di informazione, tralasciando di chiamare i propri responsabili che dovrebbero essere i canali più appropriati. Mi piacerebbe che si riponesse più fiducia nelle figure di riferimento.

ROBERTO FRANCINI: Ognuno deve trovare i propri strumenti per comunicare, ma non credo che la comunicazione sia un fatto tecni­co. Anche quando non c’erano i cellulari si comunicava. La nostra organizzazione è strutturata sempre nello stesso modo e un capitolo è composto più o meno dallo stesso numero di persone di prima. Complessivamente siamo di più ed è più difficile rimanere in contatto con il centro dell’attività. Se però c’è la passione per ciò che si fa, la comprensione per il proprio ruolo, la consapevolezza di cosa si sta facendo e si tengono presenti le conseguenze che può avere sulle persone il modo con cui si fa un’attività, questo può contrastare la cattiva comunicazione. Ognuno di noi, che si trova nella condizione di trasmettere, deve pensare che è l’unico in quel momento che lo può fare. Così può mirare a un risultato ottimo e alla completa assunzione della responsabilità dell’azione.

EVA TOMEI: Sono d’accordo con Roberto. Io sono pessima nel passare le comunicazioni e mi sono accorta che facciamo bene le cose, cioè siamo precisi e tempestivi, solo se siamo fortemente motivati.

Redazione: In alcune zone è stato adottato uno schema preciso per il passaggio delle comunicazioni, come la tecnica di suddividersi le persone da avvertire (come le ramificazioni di un albero) e che l’ultima persona della catena deve poi chiamare la prima confermando la corretta ricezione dell’informazione. C’è qualche altra strategia per ottimizzare tempo, soldi ed energie nell’attività di comunicazione?

ROBERTO: Effettivamente credo che per diffondere un’informazione a molte persone possa risultare utile una strategia. È difficile stabilire una tecnica valida per tutte le occasioni. L’importante comunque è che alla base ci sia un accordo.

Redazione: Quanto tempo impiegate a passare una comunicazione dal momento in cui la ricevete?

ROBERTO: A volte poco tempo, a volte tanto! Spesso le riunioni servono proprio ad accellerare i tempi e a rendere le comunicazioni più precise.

FRANCESCO: Talvolta sento una certa pesantezza nel dover passare le comunicazioni, soprattutto se sono molte e se ci sono anche diverse altre attività da fare nel frattempo. A volte gli impegni sono davvero tanti! Riguardo a ciò mi ha colpito quello che ha detto la responsabile europea delle donne Sakae Takahashi, a proposito di quando abbiamo molte cose da fare: «Cerco di fare tutto subito e prego che ciò che devo fare non venga rinviato. Quando rinvio le cose alla fine diventa tutto più duro e più difficile» (NR, 340, 15). Il modo migliore per superare la pesantezza è cercare di farle subito e rimandare meno possibile.

Redazione: È corretto inviare le comunicazioni tramite posta elettronica o SMS?

CLARA: Non credo, o almeno non sistematicamente e a chi non si conosce bene. Chi non si frequenta abitualmente va chiamato di persona. Quando qualcuno mi manda una e-mail, chiedo sempre un recapito telefonico per chiamarlo. C’è sempre il rischio che si crei un equivoco nello scrivere. Invece a voce c’è più possibilità di chiarezza e più calore.

ROBERTO: Non sarei così drastico. È una battaglia persa tentare di scoraggiare questi mezzi. Ma l’e-mail è davvero pericolosa: è uniformante e spersonalizzante. Il SMS è ancora più inesatto perché potrebbe sminuire il senso della comunicazione.

CLARA: Quando si invia un messaggio occorre tenere conto di chi lo riceve e verificare che sia arrivato. Può succedere che vengano inviati messaggi particolari, come quelli che informano sui membri che stanno male e per i quali si chiede di recitare Daimoku. Credo che chi li manda sia veramente preoccupato e sinceramente intenzionato ad aiutare chi sta male, ma purtroppo non si rende conto che una notizia passata così è terribile per chi la riceve e potrebbe essere motivo di disappunto per la persona in questione che magari non vuole che si sappia in giro, e con questo mezzo, una cosa tanto personale.

Redazione: Cosa ne pensano i giovani?

FRANCESCO: A parte rari casi, comunico tramite la posta elettronica solo con i responsabili nazionali, perché abitiamo in diverse città d’Italia. Tra responsabili nazionali giovani (siamo circa venti persone) effettivamente comunichiamo moltissimo via e-mail, ma lo facciamo solo per cose tecniche e organizzative, quando siamo già d’accordo sulle cose fondamentali. Per quelle di sostanza e di fede, invece, non esistono telefonate, videoconferenze o e-mail: ci incontriamo (anche se siamo di città diverse), recitiamo Daimoku insieme e parliamo di persona.

EVA: Io vivo in un piccolo quartiere, San Lorenzo, dove ci conosciamo tutti e ci si incontra continuamente. È bellissimo informarci così, addirittura di persona, è una grande fortuna. Comunque, secondo me si possono usare tutti gli strumenti, a seconda del tipo di comunicazione da fare. Le “comunicazioni di servizio”, ad esempio, possono essere fatte benissimo via e-mail.

Redazione: Gli SMS e la posta elettronica sono sicuramente un mezzo per risparmiare, anzi, a volte l’unico modo di comunicare per tante persone che non hanno molta disponibilità economica.

CLARA: C’è da dire però che Roma è stata la prima città ad adottare la “zonizzazione”, cioè il raggruppamento di membri e responsabili abitanti nella stessa zona. Questa città si è dovuta organizzare per il caos dei trasporti e delle distanze, e questo sistema si è rivelato provvidenziale per l’attività. Anche passare e suonare il campanello per raggiungere una persona non è poi così difficile, ed è bellissimo fare un giro nel quartiere ogni tanto. Abbiamo fatto un’esperienza toccante dove abitavo. Quando ci rechiamo a casa di una persona, anche solo per una breve visita, si conosce veramente la sua vita, il suo stato d’animo; si può capire se ha bisogno di un incoraggiamento e, in ogni caso, si stabiliscono una confidenza e un legame che più difficilmente si ottengono in altri modi.

Redazione: Da sempre chi possiede le informazioni detiene una forma di potere. Non mettere al corrente gli altri di quello che sappiamo, o farlo solo parzialmente, può rappresentare anche all’interno dell’attività buddista un “abuso di potere”?

ROBERTO: Una volta si facevano i report a tutti di ogni riunione. Questo salvaguardava l’organizzazione da questo pericolo. La nostra vita però era fatta praticamente di riunioni! Ora, per ragioni di tempo e di esigenze mutate, si è snellito tutto il procedimento, ma si paga un prezzo: rischiamo di creare sofferenze a causa di omissioni di informazione.

Redazione: Spesso però si sente dire che alcune cose non possono saperle tutti, perché… non sono pronti. Siete d’accordo con questa affermazione?

ROBERTO: Qualunque incontro in cui si parli di Buddismo è per tutti. Per le cose strettamente organizzative invece può non essere funzionale mettere al corrente tutti.

CLARA: Prima parlavamo di suddividersi le persone da avvertire, succede però che a volte dimentichiamo di “chiudere il cerchio”. Faccio un esempio: nel caso degli esami, visto che ci sono voluti alcuni mesi per avere i risultati, e nel frattempo ci siamo impegnati in altre attività, a volte abbiamo dimenticato di verificare se tutti erano stati informati del loro esito.

FRANCESCO: La comunicazione è uno scambio, nel bene e nel male. Se una persona si lamenta di non sapere mai niente, penso che il problema sia anche della persona in questione. Nello scambio c’è chi informa e chi vuole essere informato.

EVA: Siamo tutti qui a cercare di fare la nostra rivoluzione umana. Se c’è qualcuno che esagera con gli sbagli è anche perché c’è chi glielo permette. Abbiamo tutti delle difficoltà.

ROBERTO: All’inizio si tende a fidarsi completamente dei nostri responsabili, o di chi ci ha fatto shakubuku, e quindi si prende per oro colato qualunque cosa ci viene detta. In realtà dobbiamo sempre tener conto che si tratta di esseri umani e smitizzare certe figure.

Redazione: L’informazione corretta e l’utilizzo del dialogo per incoraggiare le persone, è un dono che facciamo alla nostra vita e a quella degli altri. Come fare per evidenziare sempre meglio questo aspetto dell’attività?

ROBERTO: Io porrei la domanda in un altro modo: «Come facciamo a non dimenticarcene mai?». Tenendo sempre presente, credo, il valore degli altri, convincendoci continuamente della Buddità nostra e di quella degli altri.

Redazione: Può succedere di utilizzare le comunicazioni per mantenere un contatto con persone spesso “assenti” dall’attività. Cosa ne pensate di questa funzione della comunicazione?

CLARA: Chiamare con la scusa dell’attività può essere controproducente, perché le persone potrebbero rimanerci male, pensando di essere chiamate “solo” per questo motivo. Ci sono però anche coloro che si lamentano di non essere mai informati! L’esperienza di Tamotsu Nakajima ci può insegnare molto. Aveva vent’anni e aveva smesso di partecipare alle attività. Un giovane compagno di fede passava tutte le mattine a casa sua per chiedergli come stava e informarlo sulle riunioni; pensando a questo giovane che, pur essendo già sposato e padre di un bambino, si prodigava così tanto, provò tenerezza e gratitudine e ricominciò a partecipare. È un grande errore pensare che chi non partecipa alle attività non pratichi più e che quindi addirittura debba restituire il Gohonzon, finché non lo chiede spontaneamente non deve restituire niente.

Redazione: A volte non si trasmettono le comunicazioni in modo preciso perché non si ascolta con attenzione. È solo superficialità e magari mancanza di un vero interesse per l’argomento da comunicare o può essere frutto di un atteggiamento arrogante?

ROBERTO: Direi che è meraviglioso che la gente si sia sforzata di capirne anche solo una parte! È comunque importante spiegare bene, ripetere, non dare mai niente per scontato, per ovvio, e soprattutto non pensare mai che il nostro interlocutore non possa capire.

Redazione: Ikeda scrive: «Ricordarsi dei particolari riguardo a una persona è espressione di compassione e partecipazione. Nella dimenticanza possiamo riconoscere la mancanza di compassione e del senso di responsabilità» (Giorno per giorno, 13 febbraio, Esperia).

EVA: Comunicare e fare la statistica invece possono essere ottimi strumenti per imparare ad avere attenzione e cura per le persone. Mi viene in mente la frase del film Schindler’s list in cui uno dei protagonisti giustifica l’enorme attenzione nello scrivere i nomi, dicendo che: «Ogni nome era una vita in più».

ROBERTO: È sicuramente un problema di cuore. Se miglioriamo la pratica miglioreremo tutte le attività che dobbiamo considerare come continue occasioni per approfondire la nostra fede.

CLARA: Facciamo tutti come il presidente Ikeda. Nel nostro piccolo siamo già sulla strada. Se ci sforziamo di farlo sempre di più e meglio, questo ci aiuterà ad aprire la nostra vita.

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