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Il tesoro di un figlio devoto - DEV - Il Nuovo Rinascimento
Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai

Buddismo per la pace, la cultura e l’educazione

25 gennaio 2026 Ore 02:57

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Il tesoro di un figlio devoto

Giada Ales

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Non si può contare su grandi azioni meritorie; se non si incontra il Sutra del Loto, non servono. Non bisogna neanche lamentarsi di aver commesso grandi azioni malvagie; chi pratica l’Unico veicolo, segue le orme di Devadatta [e otterrà la Buddità]. Tutto questo è a causa del brano del sutra che dice: «Non c’è nessuno che non otterrà la Buddità».

tratto da Gli scritti di Nichiren Daishonin, vol. 8, pag. 125

Una porta sull’infinito

Cosa si nasconde in una fresca mattina di primavera? Si chiama determinazione.
Quella messa tutta lì davanti al mio altare buddista, in un Daimoku che si espande nell’universo per soli dieci minuti. Quelli sono, quelli ho, e in quelli metto cento anni della mia intera esistenza.
Cosa mi ha portato lì stamattina con questo spirito? La sconfitta.
Problemi economici che ritornano, apparentemente senza via di scampo. Senza ombra di soluzione e nello sguardo, per quanto voglia farsi lungo e andare lontano, c’è solo un unico orizzonte: la sconfitta. Per non aver mantenuto le promesse fatte a me stessa, per non essere riuscita a superare un ostacolo, per subire le difficoltà di ogni giorno.
Non c’è la consapevolezza, per quanto assodata da tempo, che è il mio mondo di Avidità che parla, che è la stupidità della bambina non soddisfatta che reclama attenzione. Obiettivi precisi, dettagliati, fino a sfiorare la perfezione che perfezione non è mai, ma solo cura di me. E allora, nella sofferenza più profonda, di quelle che ti tolgono il respiro e senti la mente andare mille miglia lontano, gridando aiuto in mezzo a un deserto desolato, in una sera di marzo atterro sul divano ad ascoltare il bel Daimoku di mio marito mentre cerca – e ci riesce sempre! – di sfondare quel velo di buio, proprio come assicura il Daishonin: «L’uomo è come un pilastro, la donna come la trave; l’uomo è come le gambe, la donna come il tronco; l’uomo è come le ali, la donna come il corpo: se le ali sono separate dal corpo, come può volare l’uccello? Se il pilastro crolla, la trave cade al suolo» (Ibidem, SND, 8, 127).
Sono bloccata, non ho la forza di muovermi, e non voglio farlo perché non vedo soluzione alle mie colpe, ma ascolto il Daimoku e piano piano sento sciogliere un nodo, poi un altro e un altro ancora. Ma i miei tempi non sono maturi, deve passare una notte prima che io, di nuovo sofferente, riesca a trovare da qualche parte in me la forza di aprire il butsudan, accendere candele e incenso, e iniziare a recitare Gongyo.
Cominciano a uscire scandite le parole del Sutra del Loto, chiare, perentorie e affiora nella mia mente la traduzione: «Desiderano con tutto il cuore vedere il Budda anche a costo della vita». Il Budda è Nichiren, il Budda è nel Gohonzon, come un’immagine riflessa in uno specchio d’acqua… il Budda sono io, è in me, nascosto, ma c’è. Oscurato, ma è lì. Come posso allora io arrivare a vederlo? «Non risparmiano le loro vite»… la schiena più dritta, lo sguardo più concentrato, il mondo completamente fuori eppure io dentro tutto l’universo.
Jinzu-riki nyo ze. […] San butsu gyu daishu: «Quando […] tutto arde in un grande fuoco questa, la mia terra, rimane salva e illesa, costantemente popolata di dèi e uomini. […] Alberi preziosi sono carichi di fiori e di frutti e là gli esseri viventi sono felici e a proprio agio. Gli dèi suonano tamburi celesti, creando un’incessante sinfonia di suoni. Boccioli di mandarava piovono dal cielo posandosi sul Budda e sulla moltitudine» (D. Ikeda, I capitoli Hoben e Juryo, ed. Esperia, pag. 190). Sono sul Picco dell’Aquila e da lì m’innalzo, circondata da un’infinità di Budda e di bodhisattva, lodando l’unica vera Legge di Nam-myoho-renge-kyo. E questa è davvero l’unica terra salva e illesa, è questo l’unico vero momento in cui io, a discapito di qualsiasi difficoltà, sono assolutamente piena di felicità. «Felici e a loro agio»: il ritmo della recitazione è scandito dai respiri, non c’è spazio per altro. Io sono in quel momento preciso nella mia più profonda essenza.
Sono un bodhisattva che accoglie l’invito di Shakyamuni e promette eterna dedizione per la propagazione della Legge. Sono accanto a Nichiren, mi assumo ogni mia possibile responsabilità e faccio un voto per tutta la vita. Sono con Makiguchi, con Toda… con Ikeda oggi e lotto, con il respiro cadenzato e la mente assolutamente concentrata.
Poi arriva il Daimoku, il famoso cavallo al galoppo. Tutto il mio corpo è Nam-myoho-renge-kyo, tutto il corpo lo sta recitando, senza più spazio o pensiero per altro.
Scolpite nel Gosho, le parole di Nichiren: «Chi pratica l’Unico veicolo, segue le orme di Devadatta [e otterrà la Buddità]. Tutto questo è a causa del brano del sutra che dice: “Non c’è nessuno che non otterrà la Buddità”». Ecco che io sono Devadatta, nella mia vita mille e mille ancora gli errori che ho fatto, che farò… ma sono un Budda, quindi non posso lamentarmi: io otterrò la Buddità, qualsiasi sia il carico delle mie azioni “malvagie”. E lì, un piccolo mistico miracolo: “ricordo” il senso di gratitudine per la mia vita, per il mio coraggio che mi ha permesso di vincere fin qui ogni sfida incontrata. Ed è un attimo: nasce, immediata, la determinazione in quei fatidici dieci minuti, in quell’adesso che è solo mio. In questi dieci minuti sono racchiusi cento anni della mia vita. In questi dieci minuti io decido la mia vita per i prossimi cento anni. Che sono cento anni di vittorie e di sconfitte, di obiettivi realizzati e di lacrime di gioia, che sono vite e vite vissute d’un fiato, una dietro l’altra in un inno alla mia immortalità. E il pensiero prende una piega definita: non spazia più per anfratti bui e inutili, per percorsi superficiali, per stradine secondarie, persino nel deserto che solo ieri sera sentivo in me è sorta un’oasi! È un pensiero che si modella su di me, su ciò che sono, su quello che voglio. E così sarà da adesso in poi e per l’eternità.
Si aprono le porte della mente, si espande tutto il mio sentire, e in quei dieci minuti viaggio col cuore attraverso me, superando la sofferenza, gioendo circondata da una moltitudine infinita di Budda e di bodhisattva, con il solo unico scopo di realizzare kosen-rufu in questo mondo e nelle vite a venire. Invece tendiamo a vergognarci quando ci rendiamo conto di manifestare qualcosa di diverso dall’ideale verso cui tendiamo e, cosa ancor più grave, condanniamo spietatamente gli altri quando scorgiamo in loro questa discrepanza. Credo sia questa la grande illusione. Mi dà un grande senso di fiducia sapere che non esiste nulla di assolutamente negativo o positivo: alla luce della pratica buddista tutto diventa combustibile, carburante per il motore della vita.

In questo brano…

Questo Gosho fu scritto nel 1280 come ringraziamento per Sennichi-ama, moglie del defunto Abutsu-bo, che viene ricordato spesso per il Gosho La torre preziosa.
Esso si apre con un grande incoraggiamento: «Fra tutti coloro che ascoltano questa Legge, non c’è nessuno che non otterrà la Buddità» (SND, 8, 121), ricordando alla donna che il suo defunto marito è sicuramente diventato un Budda.
Nichiren utilizza molti esempi tratti da scritti buddisti, ma anche riflessioni poetiche, per far sentire alla vedova quanto le sia vicino nel dolore che ella sicuramente prova anche a distanza dalla morte del marito: «Persino il cielo si risente e la terra si lamenta perché quest’uomo se ne è andato e non tornerà più. Anche tu devi provare gli stessi sentimenti. Affidati al Sutra del Loto come provvista per il tuo viaggio e molto presto potrai incontrarlo andando nella pura terra del Picco dell’Aquila» (SND, 8, 127).
Tuttavia il Daishonin non fa queste riflessioni per commiserare la donna, ma per condurla a riflettere sulla fortuna di avere al suo fianco – pur nella mancanza del marito – un figlio devoto, come preannuncia il titolo del Gosho stesso.
Dapprima Nichiren parla di esempi di figli cattivi, poi di figli buoni, infine spiega alla donna che Tokuro, suo figlio, è un figlio devoto che «ha seguito il suo esempio ed è diventato un sincero praticante del Sutra del Loto» (SND, 8, 131).

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