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Sul comportamento filiale - DEV - Il Nuovo Rinascimento
Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai

Buddismo per la pace, la cultura e l’educazione

25 gennaio 2026 Ore 02:57

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Sul comportamento filiale

Sandra Nobile

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Il debito di gratitudine verso padre e madre è vasto quanto l’oceano: prendersi cura di loro mentre sono vivi senza aiutarli nella prossima vita, è come una goccia d’acqua [nel mare].

tratto da Gli scritti di Nichiren Daishonin, vol. 8, pag. 244

In questo brano…

In questo Gosho, indirizzato nel 1280 a Nanjo Tokimitsu, Nichiren Daishonin spiega al discepolo il significato della pietà filiale dal punto di vista del Buddismo. Non è questo il primo e unico scritto in cui Nichiren parla di questa fondamentale relazione umana (genitori-figli), il suo scritto più noto in tal senso è sicuramente il Gosho di capodanno.
Tuttavia in Sul comportamento filiale Nichiren parla specificamente del rapporto dei figli verso i propri genitori, elencando diversi esempi di mancanza di pietà filiale: si tratta di esempi allegorici, i quali fanno comprendere che per il Buddismo non è l’esteriorità di un gesto che ne determina il valore, ma la sua intenzionalità e il suo scopo ultimo e finale.
Dopo aver descritto personaggi del Buddismo che si adoprarono per i propri genitori salvandoli anche da sofferenze infernali, senza però portarli sulla via dell’Illuminazione, Nichiren ricorda al discepolo che il miglior modo per dimostrare pietà filiale è seguire l’insegnamento del Sutra del Loto. È impossibile non ricordare che ne Il mondo del Gosho il senso del grande voto fatto da Nichiren viene ricondotto alla promessa di salvare i propri genitori.
Talvolta può anche capitare che un genitore assuma la funzione di ostacolo o demone alla nostra pratica (ho-sho), tuttavia Nichiren esorta a non lasciarsi sviare e a mantenere sempre nel cuore il desiderio di offrire loro qualcosa, anche se fosse solo uno o due sorrisi al giorno.
L’allenamento – e il conseguente cambiamento – fatto in questa relazione così stretta diventa un allenamento ad abbracciare l’umanità nel senso più ampio del termine.

Amore di figlia

Avevo sedici mesi quando mia madre diciannovenne, come mi fu detto, fu “chiamata in cielo” mentre dava alla luce un’altra creatura. Tutto quello che di lei mi restava era una sua foto, vista di profilo, con un lumino sempre acceso davanti, unico ponte tra me e quel paradiso lontano che mi aveva privato del suo amore, rubandomi l’infanzia e l’adolescenza. L’unica cosa che mi era stata confidata e che conservo nel cuore come un tesoro è che mi aveva molto amata e che baciava un piccolo neo che ho sul collo chiamandolo “neino tenerezza”. Non ho mai voluto toglierlo, anzi a volte la mano spontaneamente corre ad accarezzarlo come a cogliere quel bacio.
Da allora la vita è stata dura con me e, nell’arco degli anni, si era affievolito il mio trasporto verso questa mamma lontana, lasciando il posto a una sorta di rancore per essere stata abbandonata e per dover affrontare prove dure che le mie spalle di bambina e poi di donna faticavano a sostenere. Non me l’ero mai sentita vicina nonostante la invocassi anche a voce alta e piangendo con lo struggente desiderio, quasi fisico, di essere abbracciata e consolata. Invano. Quando infine anche il mio matrimonio fallì, il rancore crebbe tanto da spingermi a fare un’azione ignobile come quella di affrontare un lungo viaggio per andare a insultarla al cimitero e a gridarle: «Che madre sei? Dov’è l’amore che mi dicono che tu avessi per me? Da questo momento tu non esisti più per me, non spenderò neppure un pensiero!».
Poi… poi incontrai il Buddismo, meravigliosa fonte di speranza e di trasformazione interiore. E così ho capito! Ho capito che dovevo dirle: «Grazie per avermi regalato la vita!». Ho capito che questo duro sentiero di vita me lo ero scelto io come Bodhisattva della Terra per fare la mia rivoluzione umana e per adempiere al grande voto di kosen-rufu. Il cuore si è sciolto in un profondo pentimento. Da tempo ormai ogni giorno recito Daimoku per lei e sento con gioia e tenerezza che questo l’aiuterà a rinascere con un karma migliore, un karma che le permetterà di godere appieno di una lunga e ricca vita. Nichiren lo ha promesso.
Come mi sento ora? Come se fossi sua madre, e i ruoli si fossero capovolti. Ogni giorno con il mio Daimoku l’abbraccio con quell’intensità che avrei voluto da lei quando soffrivo.

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