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Musica, potere e libertà - DEV - Il Nuovo Rinascimento
Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai

Buddismo per la pace, la cultura e l’educazione

25 gennaio 2026 Ore 04:22

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Musica, potere e libertà

Il 3 febbraio scorso si è tenuta a Parigi una conferenza internazionale organizzata dall’Istituto Toda per la pace globale e le ricerche politiche su musica, potere e libertà. Questo è il messaggio inviato da Daisaku Ikeda, fondatore dell’Istituto

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Il 3 febbraio scorso si è tenuta a Parigi una conferenza internazionale organizzata dall’Istituto Toda per la pace globale e le ricerche politiche su musica, potere e libertà. Questo è il messaggio inviato da Daisaku Ikeda, fondatore dell’Istituto

Vorrei porgervi i miei più calorosi saluti e felicitazioni per questa conferenza internazionale sul tema “Musica, potere e libertà”, organizzata dall’Istituto Toda per la pace globale e le ricerche politiche e da varie altre istituzioni, allo scopo di analizzare i contributi che l’arte può dare alla pace.

[…]

Gli studiosi e gli esperti che partecipano a questa conferenza provengono dall’Europa, dall’Africa, dal Nord e Sud America e dall’Asia, e sono portatori di tradizioni culturali e storiche antiche e diverse. Questo variegato arazzo è la base da cui partire per studiare il ruolo della musica come faro della società in grado di infondere speranza e coraggio nell’animo umano, nel perseguire un’aspirazione antica quanto l’umanità stessa: la creazione di un mondo in cui la priorità sia salvaguardare la dignità della vita e realizzare la felicità di tutti. La vostra è quindi un’opera veramente nobile e significativa.
Romain Rolland (1866-1944), che trascorse la giovinezza qui a Parigi e insegnò storia della musica per un certo periodo all’Università della Sorbona, descrisse la musica come «una delle più forti espressioni dello spirito umano».
Rolland scrisse anche: «Non c’è una formula in grado di catturare la musica. È la canzone dei secoli, il fiore della storia, e la sua crescita scaturisce e si innalza dai dolori e dalle gioie dell’umanità». Anche se il contributo della musica era scarsamente considerato dagli studi storici convenzionali, Rolland era affascinato dall’impatto di questo mezzo; era convinto che in ogni epoca essa toccasse le persone a un livello profondo, spronandole all’azione. Egli trascorse gli ultimi anni della sua vita nella Francia occupata e, nonostante la minaccia costante di arresto da parte delle autorità, si dedicò anima e corpo a completare la biografia di Beethoven e del suo genio musicale.
Un secolo dopo Beethoven, Rolland trascorse i suoi ultimi giorni nella sua casa di Vézelay, dove si dice sia riuscito a sopportare il frastuono del fuoco di sbarramento dell’artiglieria nazista per tre giorni e tre notti consecutive, ricorrendo alle sublimi melodie dell’adagio del concerto numero 5 in Mi bemolle maggiore di Beethoven che in quel periodo ascoltava continuamente. Era il concerto che il Maestro aveva composto in mezzo al caos e alle agitazioni che seguirono l’invasione napoleonica a Vienna, all’inizio del diciannovesimo secolo.
Riferendosi a quella traumatica esperienza, Rolland elogia la meravigliosa capacità della musica di trasmettere all’umanità forza e convinzione inesauribili di fronte alle avversità o alle decisioni difficili, e al tempo stesso di comunicare un’ispirazione divina. Rolland attribuisce le proprie migliori virtù personali al grande compositore che amava: «Ho imparato più da lui che da tutti i grandi maestri del mio tempo. Il meglio di me lo devo a Beethoven».
Cosa può ispirare un individuo nel pieno di un grande travaglio personale, risvegliarlo alla sua natura virtuosa e condurlo su un sentiero di speranza? Io ritengo che sia l’arte e, più specificamente, la musica. Non potrò mai dimenticare Vincent Harding, lo storico americano intimo amico di Martin Luther King, che sottolineava come le canzoni avessero dato sostegno e conforto ai partecipanti al movimento americano per i diritti civili: «Penso spesso che il potere di quelle canzoni fosse nel coraggio che infondevano. A volte le persone nei momenti difficili cantavano: “Noi non abbiamo paura, noi non abbiamo paura”. Intendiamoci, non è che sostenessero di non avere paura. In realtà stavano tremando di paura, ma esprimevano nel canto la loro determinazione a non farsi sopraffare. Ciò che intendevano era: “Non permetteremo alla paura di sconfiggerci. Non permetteremo alla paura di fermarci”. L’incoraggiamento reciproco che si trasmettevano attraverso il canto fu un ele­mento importante nella vita del movimento e dei suoi aderenti».
Alla conferenza internazionale sulla visione globale che l’Istituto Toda per la pace globale e le ricerche politiche tenne in Marocco, a Rabat, nel febbraio 2011, Ela Gandhi – rettore onorario dell’Università di Tecnologia di Durban e nipote del Mahatma Gandhi – raccontò la sua esperienza come attivista per i diritti umani in Sudafrica, eredità morale del nonno. Spiegò come le canzoni e il canto fossero la fonte di ispirazione per trovare il coraggio di perseverare nella sua battaglia, incurante delle persecuzioni che doveva affrontare.
Credo che sia una realtà storica incontrovertibile, che musica e canzoni rappresentino una forza trainante che spinge le persone ad avanzare nella lotta per conquistare la libertà e le riforme sociali. Questa forza è stata un aspetto rilevante, identificato chiaramente per la prima volta durante la Rivoluzione francese, e anche un fattore comune ai movimenti democratici dell’America centrale e meridionale nella seconda metà del ventesimo secolo, alle rivoluzioni del 1989 nell’Europa orientale e all’odierna Primavera araba.
Inoltre, la musica è in grado di trascendere i confini nazionali e le differenze culturali per unire le persone. Sessant’anni fa Josei Toda, il mio maestro di vita e secondo presidente della Soka Gakkai, sostenne l’idea di cittadinanza globale per realizzare un mondo in cui le persone non fossero mai più perseguitate per motivi etnici o di nazionalità. Toda attribuiva un grande valore alle canzoni perché riteneva che alimentassero l’esprit de corps e la solidarietà tra le persone che lottano per costruire un mondo migliore, e che questo spirito li spronasse a realizzare progressi ancor più grandi.
Quando il Giappone è stato colpito dal terremoto e dal devastante tsunami nel marzo dello scorso anno, è stata ampiamente dimostrata ancora una volta l’efficacia del canto e degli spettacoli musicali, in grado di offrire conforto a chi aveva perduto i propri cari, la casa e il lavoro, e di contribuire alla guarigione delle loro ferite emotive.
La musica è un mezzo che risveglia le persone alla speranza, le sue vibrazioni ci colpiscono, trasmettendoci la convinzione che anche il più rigido degli inverni immancabilmente si trasforma in primavera. La musica non soltanto illumina la prospettiva di un futuro migliore, ma riaccende una speranza illimitata nella nostra vita presente, momento per momento.
Il Sutra del Loto, che molti considerano uno dei più importanti insegnamenti buddisti, parla di un bodhisattva che, animato da un profondo senso di compassione, assume diversi aspetti per salvare dalla sofferenza coloro che sono colpiti dalla dura realtà del mondo. Si dice che questo bodhisattva, chiamato Bodhisattva Suono Meraviglioso, fosse accompagnato ovunque andasse dal suono di centinaia di migliaia di musici celesti [vedi riquadro nella pagina precedente].
In un nostro recente dialogo Wayne Shorter, il famoso jazzista, mi ha detto: «La musica ha il potere di influenzare il nostro comportamento nella vita quotidiana. Ha il potere fondamentale di toccare e risvegliare la grandezza latente nella società attuale piena di apatia e indifferenza. I musicisti, me compreso, hanno la responsabilità di attingere a questo potere».
Il contributo della musica, in un mondo sempre più immerso nell’incertezza, assume dunque oggi un’importanza ancora maggiore.

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Suoni meravigliosi
Dal commento di Daisaku Ikeda al ventiquattresimo capitolo del Sutra del Loto, “Il Bodhisattva Suono Meraviglioso” (D. Ikeda, La saggezza del Sutra del Loto, Esperia, vol. 4)

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La musica libera il cuore, scioglie i blocchi del cuore. Il verbo inglese “to play”, il tedesco “spielen”, il francese “jouer” e il giapponese “asobu” sono usati sia nel senso di suonare un strumento musicale sia di giocare o divertirsi. La musica ha un effetto rilassante e liberatorio, sfruttato dalla musicoterapia. (pag. 148)

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Dovunque ci siano canzoni, c’è crescita. Il presidente Toda era solito dire: «Dovunque le persone hanno goduto di prosperità si sentiva cantare». Anche la Soka Gakkai continuerà a svilupparsi se continuiamo a cantare gioiosamente: lo stesso è vero per la società. Una società nella quale la gente canticchia belle canzoni è una società che progredisce, mentre il futuro di una società che si trascina tra pianti e lamentele non potrà che essere tetro. (pag. 149)

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L’arrivo e la partenza del Bodhisattva Suono Meraviglioso colmano di musica l’universo. Sono un ponte di musica gettato sull’universo. Gli esseri riuniti sul Picco dell’Aquila si aprono al vasto universo e anche gli ottantaquattromila bodhisattva che accompagnano il Bodhisattva Suono Meraviglioso acquisiscono una grande condizione vitale. Aprire l’io finito all’infinito è lo scopo della fede. Tramite la fede, l’io incluso nell’universo arriva ad abbracciare l’universo. Questo è ciò che succede quando recitiamo Gongyo e Daimoku del suono meraviglioso. Gettare un ponte invisibile tra l’io e l’universo è la funzione del suono meraviglioso e, in un senso più ampio, è il potere dell’arte. Questo ponte di vita colma anche la distanza fra le persone. (pag. 152)

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Ikeda e il Jazz, un incontro di valore

Ad accendere l’interesse di Daisaku Ikeda nei confronti del jazz, fu una conversazione con Jim Garrison, ex presidente della Dewey Society, il quale affermò che i quattro maggiori contributi spirituali degli Stati Uniti sono state le opere di Ralph Waldo Emerson, le teorie di Dewey sull’educazione, Martin Luther King e il suo ruolo nel movimento dei diritti civili, e il jazz, che affonda le sue radici e sboccia “dalla grande terra della gente comune”.
Ikeda ha di recente avuto con Herbie Hancock e Wayne Shorter, due stelle del jazz di prima grandezza, una serie di conversazioni pubblicate sul Seikyo Shimbun e che presto saranno pubblicate negli Stati Uniti.
Shorter descrive il jazz come un mezzo attraverso il quale solo l’essenza più pura della vita di una persona si incontra e si fonde con quella di un’altra, Hancock afferma che la sorgente dalla quale scaturisce il jazz esiste in ogni persona ed è una fonte di forza che permette di trasformare anche la più avversa circostanza in valore. Ikeda loda entrambi non solo come artisti, ma anche come cittadini del mondo dediti alla causa della pace.
«Niente è più potente della cultura» dice Ikeda, aggiungendo che essa implica una lotta per la creazione di valore, una lotta che non può essere vinta senza coraggio.

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