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La mia fede alla prova - DEV - Il Nuovo Rinascimento
Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai

Buddismo per la pace, la cultura e l’educazione

25 gennaio 2026 Ore 02:57

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La mia fede alla prova

Stefano Nibionni, Baratili San Pietro (OR)

Sostenuto dagli scritti del Daishonin ero assolutamente sereno e grazie allo stato vitale sviluppato durante gli anni di pratica, mi sentivo sicuro che ce l’avrei fatta a guarire: tutta la mia energia era incanalata in questa direzione

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Sostenuto dagli scritti del Daishonin ero assolutamente sereno e grazie allo stato vitale sviluppato durante gli anni di pratica, mi sentivo sicuro che ce l’avrei fatta a guarire: tutta la mia energia era incanalata in questa direzione

Ho incontrato il Buddismo nel 2005, mi piaceva ascoltare Daimoku e Gongyo, un po’ meno partecipare alle riunioni. Ero molto concentrato su me stesso e in generale non mi ponevo particolari domande. Comunque il pensiero buddista mi aveva affascinato: dopo tre mesi di pratica costante decisi di ricevere il Gohonzon, poco tempo dopo accettai la responsabilità di un gruppo. Durante un corso di approfondimento sulla fede decisi di dedicarmi all’attività di protezione, entrai così a far parte del gruppo Prometeo, con l’intenzione di incidere nel mio cuore lo spirito dell’offerta. Feci shakubuku a molte persone, due di loro ricevettero il Gohonzon, ma per quanto riguardava la mia famiglia ero convinto che fosse necessario del tempo per avvicinare qualcuno di loro al Buddismo. Nella primavera del 2009 mi sposai con Barbara e l’estate successiva, partecipando a un corso al Centro culturale di Trets, sentii spiegare il concetto della “trasformazione del karma in missione”. Dopo un po’ cominciai a sentirmi stanco, anche solo salendo le scale, ma non diedi alla cosa grande importanza. Mi accorsi però che giocando a calcio faticavo eccessivamente e accusavo forti dolori al torace. Una visita specialistica non riscontrò alcuna patologia cardiaca, mia madre chiese però al medico di famiglia di prescrivermi delle analisi del sangue. Il risultato fu che avevo un numero abnorme di globuli bianchi e altri valori fuori dalla norma.
Conducevo una vita sana e sportiva e non avevo mai pensato di poter contrarre una malattia. Senza darci molto peso chiamai un amico chirurgo a Roma, mi consigliò di raggiungerlo in ospedale. Fui ricoverato e mi assegnarono una stanza dove per l’appunto c’era una persona che aveva da poco conosciuto il Buddismo: la sera recitammo Gongyo insieme. Il giorno seguente venni trasferito nel reparto di ematologia. Lì mi diagnosticarono una leucemia mieloide acuta, la più brutta dopo la fulminante. Sostenuto dagli scritti del Daishonin ero assolutamente sereno e grazie allo stato vitale sviluppato durante gli anni di pratica, mi sentivo sicuro che ce l’avrei fatta a guarire: tutta la mia energia era incanalata in questa direzione. Senza dubbi nel cuore, ero pronto ad affrontarla. Iniziai subito la chemioterapia con l’obiettivo di farla regredire. Mi venne in mente la frase del Gosho I due tipi di fede: «È vero che nella tua famiglia qualcuno è malato? Se è così, non può essere opera dei demoni. Probabilmente le dieci fanciulle demoni stanno mettendo alla prova la tua fede. Nessun demone degno di tal nome vorrebbe farsi rompere la testa per aver molestato un devoto del Sutra del Loto. Persevera nella fede con ferma convinzione che le parole del Budda Shakyamuni e del Sutra del Loto non contengono alcuna falsità» (RSND, 1, 799). Ero determinato: sarei guarito! I miei compagni di fede recitavano Daimoku per me e io sentivo tutto il loro sostegno, mi sentivo protetto, come in una botte di ferro.
Recitavo almeno due ore al giorno, fin quando ebbi l’energia di farlo. Superai così il primo ciclo di chemioterapia abbastanza bene. Un prelievo di midollo dopo venticinque giorni evidenziò che la malattia era regredita. Sembrava andare tutto per il meglio, quando comparve la febbre alta: un fungo sviluppatosi nel polmone destro aveva causato un foro di tre centimetri. Mi operarono d’urgenza, ma entrai in sala operatoria fiducioso. Al risveglio i medici mi dissero che avevano asportato mezzo polmone e intervenuto su due arterie, però a causa del ritardo del secondo ciclo di chemio per via della complicazione insorta, la malattia ricomparve. «La malattia appare quando il cattivo karma negativo sta per esaurirsi» (RSND, 1, 562) così afferma il Gosho La cura delle malattie karmiche.
Prima di proseguire la chemio mi fu permesso di tornare a casa, in Sardegna, per riabbracciare i miei cari. Rientrai in ospedale per affrontare il momento fisicamente più difficile. Dopo l’intervento al polmone le alte dosi del farmaco antimicrobico che ero costretto ad assumere mi causarono dei dolori fisici indescrivibili che però affrontavo, e di volta in volta superavo, con uno stato vitale altissimo. Non fui capace di mangiare per due settimane e non riuscivo a trattenere niente di ciò che bevevo; nutrito solo attraverso le flebo, arrivai a pesare cinquantacinque chili.
In quelle condizioni non riuscivo più a recitare Daimoku, era mia moglie che lo faceva per me, anche in ospedale. Fu in quel momento che provai una profonda gratitudine per il mio maestro, il presidente Ikeda. Grazie ai suoi consigli nella fede mi facevo forza e approfondivo questo legame. Ho letto tutti i volumi della Rivoluzione umana, I misteri di nascita e morte e gli scritti del Daishonin. Sensei mi incoraggiava attraverso la sua stessa esperienza di malattia a non farmi sconfiggere.
Mentre ero in ospedale mi venne proposta la responsabilità di settore, accettai e iniziai a percepire il significato di quel concetto che mi aveva colpito: “trasformare il karma in missione”. Certo di non essermi risparmiato fino a quel momento, anche davanti alla possibilità di morire, provai un grande senso di leggerezza. Pian piano mi ripresi e nel frattempo un mio amico cominciò a recitare con me e a partecipare alle riunioni a Roma. Così iniziò la seconda fase, indispensabile alla mia guarigione, la ricerca di un donatore di midollo osseo, prima in Italia, poi nel mondo. Ne La buona medicina per tutti i mali Nichiren scrive: «Non è detto che la malattia porti necessariamente alla morte» (RSND, 1, 833) e nello stesso scritto incoraggia a credere che i cinque caratteri di Myoho-renge-kyo sono la medicina dell’immortalità.
Dopo il secondo ciclo di chemio la malattia regredì nuovamente. I medici mi proposero di continuare la terapia a Cagliari: decisi quindi di rientrare. Nella settimana prima del ricovero partecipai alla riunione di discussione e recitai Daimoku con i compagni di fede. Rientrai in ospedale nella primavera del 2010.
La ricerca per il trapianto intanto non dava risultati: nessun donatore compatibile al mondo; l’unica soluzione era rappresentata dal midollo di mia sorella, compatibile però solo al 50%. Le probabilità di rigetto erano quindi molto alte. A un mese dal terzo ciclo di chemio tornai a casa, mancavano due mesi di tempo al trapianto, e ripresi a partecipare alle attività buddiste. Mi ero ripreso fisicamente ed ero pronto ad affrontare il momento più importante. Il trapianto avvenne con successo e mia sorella non subì complicazioni, era il 2 agosto 2010. Da allora sono passati due anni e mezzo. Per il tipo di trapianto subìto a detta dei medici sono un “miracolato”, ho avuto pochissimi problemi post-trapianto e ho terminato la terapia antirigetto. Ho compreso che la malattia può presentarsi in qualsiasi momento e che può riguardare ciascuno. Grazie al fatto di aver illuminato il mio mondo d’Inferno con il Daimoku sono riuscito a non sprofondare nella disperazione. Come spiega il presidente Ikeda: «Pur soffrendo, non proverà quel dolore senza speranza di chi vaga senza meta nell’oscurità eterna. Potrà tirare fuori il coraggio per affrontare a testa alta situazioni difficili, la saggezza per superare gli ostacoli che sorgono dall’interno e dall’esterno, e la potente forza vitale che permette di fare nuovi passi avanti» (BS, 154, 41).
Ringrazio la malattia come occasione per approfondire la fede. Da pochi mesi ho accettato la responsabilità di capitolo come ulteriore occasione per sforzarmi ancora di più. Sono convinto che grazie all’attività buddista e allo skakubuku, ho accelerato il mio percorso di guarigione. Adesso ho una grande esperienza da raccontare, il mio egoismo si è trasformato lasciando posto alla missione di dedicare la mia vita a incoraggiare gli altri. Anche mia nipote, di diciotto anni, ha iniziato a recitare Daimoku insieme a due suoi coetanei. Ringrazio sensei che durante la malattia ho sempre sentito al mio fianco, i miei compagni di fede, tutte le persone che mi sono state vicine, i medici, gli infermieri, i miei familiari e mia moglie che mi ha accompagnato in questo meraviglioso percorso di fede.

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Cronaca di un viaggio comune
di Barbara Loi Nibionni

A novembre Stefano fa degli accertamenti, da qualche mese si sente particolarmente fiacco. Scopriamo che si tratta di leucemia mieloide acuta. Resto impietrita, voglio affrontare tutto questo davanti al Gohonzon, ma ho difficoltà a stare nella “nostra casa”, sento un vuoto infinito.
Da quel momento inizia un incessante sostegno di tutti i compagni di fede. Recitano Daimoku con me, non ho mai la sensazione di essere sola con questa sofferenza. Accetto la responsabilità di un gruppo e apro la nostra casa all’attività e grazie al Daimoku trovo il coraggio di tornarci a vivere. Gli incoraggiamenti del presidente Ikeda e il Gosho
I due tipi di fede sono la mia bussola. Viaggio tra Roma e la Sardegna, mi prendo cura di Stefano, prego con lui e per lui, lo coccolo e lo sostengo nei momenti terribili che spesso affronta. In ospedale parliamo spesso di Buddismo con gli altri. Nonostante tutte le difficoltà le persone che ci conoscono ci trovano positivi e vitali. Imparo a vivere ogni istante con gioia, non ho nessuna intenzione di essere schiacciata da questo problema.
Mi devo assentare spesso dal lavoro ma intensifico il ritmo quando ci sono, addirittura nel tempo record di tre mesi sistemo pratiche accumulate in quattro anni.
Il percorso della cura della malattia durerà molto tempo, ma Stefano dopo una lotta coraggiosa ce l’ha fatta e sta benissimo!
La malattia ci ha offerto opportunità inaspettate. Ho imparato ad aprire la mia vita agli altri e desidero ripagare questo “debito di gratitudine” verso i miei compagni di fede impegnandomi il più possibile nelle attività e nello shakubuku. Credo anche di aver compreso meglio il significato dell’offerta.
C’è una frase di Kaneko Ikeda che mi ha profondamente incoraggiata: «Io non sono né forte né saggia, ma mio marito e io preghiamo insieme e crediamo fortemente nel potere della fede e della fortuna, una cosa che continuo a imparare da lui. Se si prega sinceramente e con tutto il cuore, le porte si aprono senza dubbio. La preghiera, questo sì, rientra nei miei poteri» (
La forza del sorriso. Ritratto di Kaneko Ikeda, Esperia, pag. 78).

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Lettera inviata con il “Sutra per la preghiera”

«Anche se dovessi ritirarti su una montagna o in una valle, dovresti propagare la Legge mistica senza risparmiarti dopo che sarai guarito dalla malattia e la tua situazione sarà nuovamente favorevole» (Nichiren Daishonin, WND, 2, 460)

L’esortazione di Nichiren a Sairen-bo fu: «Cura la tua malattia velocemente e poi ricomincia a combattere per kosen-rufu. Dovresti lottare per kosen-rufu senza risparmiarti». Le parole di Nichiren possono suonare troppo severe, ma sono in linea col corretto sentiero del Buddismo. Il punto che Nichiren sta rimarcando è: «Fino all’ultimo momento della nostra vita, non dovremmo mai ritirarci spiritualmente. Non dovremmo mai indebolire il nostro spirito combattivo. Possiamo ammalarci fisicamente, ma se indeboliamo il nostro spirito combattivo, ci ammaleremo spiritualmente. In altre parole, una malattia meramente fisica può trasformarsi in una “malattia della fede” o in una “malattia della condizione vitale”».
(Daisaku Ikeda, Il Gosho e la vita quotidiana, Esperia, pag. 45)

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